La genZ rischia di non andare mai in pensione

Come funziona il sistema pensionistico italiano e a quali rischi andiamo incontro se le cose non cambiano.

In Italia, quando si parla del futuro delle nuove generazioni, problematiche quali stage non retribuiti e lavori precari spesso sottopagati sono sovrastate dalla domanda delle domande: i giovani andranno mai in pensione? Da anni tale domanda sembra trasformarsi sempre più in un’affermazione, sia per via dell’andamento claudicante dell’economia nostrana sia per criticità causate da crisi specifiche, in primis quella demografica.

Cerchiamo quindi di capire quali sono le problematiche da affrontare, a cosa sono dovute e a quali misure si potrebbe ricorrere nel breve periodo per incominciare a sistemare le cose.

Come funziona il sistema pensionistico italiano

Per poter comprendere il perché i giovani rischiano di non poter avere una pensione, dobbiamo prima parlare del funzionamento del sistema pensionistico italiano.

Con il termine “contributo” si intende quella parte di stipendio destinata a finanziare le prestazioni previdenziali e assistenziali previste per legge. Quando si percepisce lo stipendio, parte di esso è destinato obbligatoriamente agli enti previdenziali (primi fra tutti l’INPS e l’INAIL), il cui compito è quello di erogare le pensioni o coprire i rischi legati a infortuni sul lavoro.

Il nostro sistema pensionistico attuale nasce nel 1995, con la promulgazione della così soprannominata “riforma Dini”. Essa costituisce uno spartiacque nella storia del sistema pensionistico italiano, poiché sancisce il passaggio dal sistema retributivo all’attuale sistema contributivo. Cercheremo di semplificare quanto possibile la spiegazione di questi due sistemi anche per chi -come l’autore di questo articolo- non ha ancora avuto familiarità con il tema trattato per ragioni strettamente anagrafiche.

Il sistema retributivo basava il calcolo della pensione su due parametri: la media delle ultime retribuzioni e l’anzianità contributiva, ovvero quanti anni di contributi erano stati versati dal lavoratore. Poiché le ultime retribuzioni percepite sono spesso le più alte, ne conseguiva una sorta di proporzionalità tra l’ultimo stipendio percepito e la pensione. Tuttavia, tale sistema ignorava quanto si fosse lavorato e guadagnato nell’effettivo durante l’intero arco della propria vita professionale, considerando solo l’ultimo periodo. Pertanto, questo sistema è stato abbandonato in quanto non risultava più sostenibile nel lungo termine.

Tale insostenibilità derivava anche dal fatto che il sistema pensionistico italiano era ed è tutt’ora un sistema a ripartizione, nel quale le pensioni erogate provengono dai contributi versati da chi sta lavorando in quel momento. L’alternativa a questo sistema è quello a capitalizzazione, dove i contributi versati da un lavoratore vengono accantonati in un fondo per poi essere restituiti come rendita una volta che si va in pensione.

Con il passaggio al sistema contributivo, il sistema a ripartizione diventa per certi versi più fedele e sostenibile, poiché con esso il calcolo dell’entità della pensione viene basato tenendo conto dell’intera vita lavorativa del contribuente.

Rischi e criticità della situazione attuale

Fatta questa enorme premessa su come funziona il nostro sistema pensionistico, possiamo tornare al quesito di partenza.

Il primo problema è da individuarsi proprio nella natura del sistema pensionistico a ripartizione. Poiché le pensioni percepite sono finanziate con i contributi versati da chi lavora in quel momento, avere un equilibrio tra pensionati e contribuenti risulta essere fondamentale. Ebbene, stando a quanto dichiarato dal rendiconto annuale dell’INPS pubblicato lo scorso luglio, a fronte dei 284 miliardi di entrate provenienti dal versamento dei contributi obbligatori, le uscite destinate all’erogazione delle prestazioni istituzionali (ovvero quelle necessarie per svolgere funzioni assistenziali e previdenziali) ammontava a 417 miliardi di euro.

Viene così a costituirsi una sorta di buco di bilancio che da anni viene coperto con soldi pubblici: continuando a prendere come riferimento i dati del rendiconto, nel 2024 l’INPS ha ricevuto circa 180 miliardi di euro provenienti dalle casse dello Stato.

Le cause di tale non autosufficienza del sistema pensionistico sono molteplici, prima fra tutte la crisi demografica. Quello del calo delle nascite è un trend che rimane negativo sin dal 2008, e i dati del 2024 non fanno altro che confermarlo: secondo il documento dell’ISTAT riguardante gli indicatori demografici, il 2024 ha registrato 370mila nascite, pari al 2.6% in meno rispetto all’anno precedente. Pertanto, qualora il trend continui la sua discesa, ci ritroveremo con sempre meno cittadini contribuenti che dovranno finanziare un gran numero di pensioni.

Tuttavia non basterebbe aumentare le nascite, ma bisognerebbe fare in modo che i nati in Italia lavorino in Italia e non vadano ad emigrare inesorabilmente all’estero. Solo nel 2024, gli italiani espatriati sono pari a 156mila, il 36,5% in più rispetto al 2023. Si tratta di cifre demograficamente rilevanti soprattutto se sommate negli anni. Infatti, dal 2011 al 2023 il numero di i giovani italiani tra i 18 e i 34 anni che sono emigrati all’estero è pari a 550 mila. Anche qui abbiamo a che fare con un trend che rimane costante nel tempo.

Il problema della fuga dei cervelli, infine, è da porre in correlazione con un’altra criticità che inficia sullo stato del sistema pensionistico italiano, ovvero quello delle condizioni dell’occupazione giovanile in Italia. I motivi che portano decine di migliaia di italiani ad emigrare all’estero sono in parte analoghi a quelli che causano quelli che vengono definiti “vuoti contributivi”. Lavori precari, lavori a nero e la loro conseguente saltuarietà portano il giovane contribuente a non versare i contributi in maniera continuativa nel tempo, con conseguenze negative su quello che sarà il suo ammontare contributivo a fine carriera lavorativa.

Possibili soluzioni, ma effetti nel lungo periodo

Davanti a questo scenario, la prima azione che si potrebbe istintivamente intraprendere per migliorare le cose sarebbe quella di adottare misure volte a favorire l’aumento della natalità. Tuttavia gli effetti sarebbero visibili non prima di 20-25 anni.

Una possibile misura che avrebbe effetti nel breve periodo sarebbe adottare una migliore gestione dei migranti con conseguente regolarizzazione degli stessi, tamponando la mancanza di lavoratori.

Infine, come ha suggerito nell’aprile scorso l’economista Tito Boeri nel suo editoriale della rivista Eco, occorre favorire una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro e facilitare la transizione
da scuola a mercato del lavoro.

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