Gli addestramenti dei miliziani libici in Italia: che ruolo abbiamo nel Mediterraneo?

Come recentemente ricostruito da Il Post e confermato dal Ministero della Difesa, è stato scoperto un programma di addestramento per i soldati libici del generale Haftar portato avanti dai soldati italiani e svolto sul nostro territorio nazionale.

L’esistenza di questo piano di addestramento funge da rimando agli atteggiamenti ambigui assunti dall’Italia e dall’Europa nei confronti dei due governi che dividono la Libia dal 2020. Accordi sulle politiche migratorie ed interessi commerciali riguardanti il settore petrolifero si collocano in uno scenario di crisi che, nonostante i compromessi raggiunti da ambo le parti, sembrano rimanere costanti da anni.

Il piano di addestramento per i soldati di Haftar

La ricostruzione è avvenuta attraverso le fotografie e video postati sui social da diversi soldati libici in addestramento, la maggior parte di queste risalenti al 2024 e le più recenti sono datate marzo 2025. In queste foto, i soldati sono raffigurati in posa o nella Caserma Pisano di Capo Teulada, in Sardegna, o nel Centro di addestramento di paracadutismo a Pisa, assieme a istruttori dell’esercito italiano.

Soldati libici del generale Haftar in addestramento nel centro di paracadutismo a Pisa/ fonte Il Post

A prendere parte a questi addestramenti sono stati i soldati di due dei vari gruppi in cui è suddiviso l’esercito di Haftar: la 155esima brigata e l’unità di al Saiqa. Riguardo alla prima, si tratta di un reparto convenzionale la cui principale mansione è quella di controllare una parte di territorio attraversata da rotte migratorie. L’unità al Saiqa è invece una forza speciale, già nota per aver goduto di rilevanza sotto il regime di Gheddafi. In seguito alla rivoluzione, si è allineata con il generale Haftar e nel 2017 è stata accusata di crimini di guerra dalla Corte penale Internazionale.

La rilevanza di questa notizia sta nel fatto che il governo del generale Haftar, al contrario di quello di Tripoli, non è riconosciuto né dall’Italia né dalla comunità internazionale. Ciononostante, il governo italiano organizza corsi di addestramento per entrambe le parti, in virtù di una par condicio volta a non scontentare nessuno dei due governi.

Una divisione interconnessa

Per capire come si inserisce tale notizia all’interno dei rapporti tra Libia, Italia ed Europa, occorre partire dallo stato in cui versa il paese nordafricano.

Nel 2020, attraverso un cessate il fuoco siglato con l’ausilio dell’ONU, si è posto fine alla guerra civile scaturita dalla caduta del regime di Gheddafi nel 2011. Oltre a sedare le ostilità, con tale provvedimento si prese atto della divisione territoriale della Libia in due blocchi, tentando di impostare un incipit di processo di riunificazione nazionale. Inutile dire che tale proposito non sia stato mai considerato da nessuno dei due governi.

Ad oggi, pertanto, la Libia è suddivisa da una linea quasi perfettamente verticale. Ad ovest, con capitale Tripoli, risiede il governo di Abdul Hamid Dbeibah, primo ministro scelto nell’ambito dei negoziati nel 2021 per guidare un governo di transizione. Tale governo avrebbe dovuto organizzare elezioni democratiche entro la fine di quell’anno, ma queste elezioni non si sono mai svolte. La parte est del paese è invece sottoposta al governo del generale Khalifa Haftar, non riconosciuto dalla comunità internazionale.

La premier meloni, a destra con il Primo ministro del governo di Tripoli Dbeibah; a sinistra con il generale Haftar.

Inoltre, la frammentazione libica non si limita ad una dicotomia dei blocchi o all’esistenza di quello che da alcuni viene definito un “governo bicefalo”. Qui i clan familiari hanno ancora rilevanza, mentre il potere nei due blocchi è retto da svariati gruppi di milizie, il cui coordinamento è più o meno centralizzato a seconda di quale blocco si tratti. Sebbene i gruppi sotto Haftar siano più coesi, non mancano conflitti interni tra milizie della stessa fazione, in particolare per quanto riguarda il blocco occidentale.

Il collocamento delle sedi istituzionali costituisce un ulteriore fattore strategico molto influente sull’equilibrio tra le due parti, a partire dalle questioni inerenti agli accordi commerciali e alle politiche petrolifere. La parte orientale sono presenti sia la Camera dei rappresentanti, ovvero il parlamento unicamerale del paese, sia la maggior parte dei giacimenti petroliferi del paese. Tuttavia, i proventi dei giacimenti nazionali sono gestiti dalla Banca centrale che, assieme al Consiglio presidenziale, si trova nella parte occidentale del paese, essendo quindi sotto la giurisdizione del governo di Tripoli.

Par condicio e questioni sottese

Il fatto che il governo di Tripoli sia il solo governo ad essere riconosciuto dalla comunità internazionale non ha mai escluso alcun tipo di colloquio con il governo di Haftar. Interfacciarsi con entrambi i governi, nonostante soltanto uno sia riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale, si è configurata una prassi obbligatoria dettata non solo dal modo in cui sono collocate le istituzioni sul territorio nazionale. Cruciale è infatti il modo in cui determinati interessi in campi specifici, in primis in ambito petrolifero e migratorio, facciano capo a uno dei due governi.

Pertanto, ogni governo che vuole intraprendere anche solo un semplice dialogo con la Libia si trova davanti a una concatenazione di potestà, che ha imposto un modus operandi ben preciso per quanto riguarda le modalità di dialogo.

La prassi adottata fino ad oggi dai paesi intrattenenti rapporti con la Libia è consistita in singoli incontri bilaterali. Da anni ogni visita ufficiale vede Tripoli come prima tappa e Bengasi come seconda, prediligendo due incontri in due tavoli distinti anziché organizzare un tavolo comune con entrambi i governi del paese.

Le cose dovevano andare così anche lo scorso luglio, quando è stata respinta dal governo di Bengasi la delegazione europea formata dal Commissario per la Migrazione Magnus Brunner, dal Ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi e dal suo omologo greco e maltese. Si trattava di una missione delicata, volta a svolgere un ruolo di mediazione tra i due governi libici, al fine di far instaurare loro una linea comune in merito alla gestione -o meglio, trattenuta- dei migranti.

La Libia svolge infatti un ruolo cruciale nella gestione dei flussi migratori, attraverso accordi stipulati sia con l’Italia che con l’Unione Europea. Accordi che prevedono lo stanziamento di grandi cifre a beneficio della cosiddetta Guardia costiera libica, affinché essa blocchi con l’uso della forza i migranti e li porti nei centri di detenzione. Per dare un’idea, secondo quanto dichiarato nel 2024 da un portavoce della Commissione Europea a Il Sole 24 ore, l’Unione Europea ha stanziato più di mezzo miliardo di Euro in Libia a partire dal 2014.

In conclusione, la rocambolesca visita all’aeroporto di Bengasi è più di una semplice figuraccia. Trattasi di una vicenda mal gestita nei tempi e nei modi, che non da lustro alla storia delle relazioni internazionali tra Italia, Europa e Libia. Tuttavia i fattori coinvolti sono diversi, gli interessi in ballo sono numerosi e, nonostante l’Europa sembri tenere una linea più convergente verso il governo di Tripoli, la posizione dell’Italia continua ad essere ambigua.

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