Lungo la Highway 60, procedendo da Nablus verso Ramallah, Cisgiordania, c’è un cartello verde che indica l’uscita per l’insediamento israeliano di Ma’ale Levona. Se si guarda in direzione diametralmente opposta alla grande freccia bianca che vi è disegnata, oltre il mucchio di gomme dismesse del benzinaio a bordo strada, a poca distanza si intravede un centro abitato.
È Eli, insediamento israeliano fondato nel 1984 su terre confiscate ai villaggi palestinesi di As-Sawiya e Qaryut ed in espansione da allora.
Nell’agosto 2022, la Corte Suprema israeliana aveva accolto un ricorso degli abitanti di As-Sawiya ordinando allo Stato di evacuare entro il 15 maggio 2025 alcune strutture illegali. Due giorni prima della scadenza prevista dalla sentenza, però, il Parlamento ha ottenuto il rinvio dello sgombero di due anni, durante i quali intende avviare la nuova procedura di registrazione fondiaria dell’area C, oggetto di una proposta di legge recentemente approvata.
Il nuovo catasto, infatti, potrebbe legalizzare gli insediamenti israeliani precedentemente destinati alla demolizione. E quello di Eli non è un caso isolato: dietro un apparente atto burocratico, l’assetto geopolitico della Cisgiordania è destinato a cambiare radicalmente, e in maniera irreversibile.

Tra insediamenti ed avamposti: la strategia della legalizzazione a posteriori
In realtà, prima di Eli, all’altezza dal cartello per Ma’ale Levona, ad intravedersi è Neve Shir, avamposto israeliano di più tarda formazione.
In origine yeshiva (scuola religiosa) e comunità residenziale, Eli si è gradualmente espansa ben oltre i suoi limiti iniziali: l’entità territoriale-amministrativa effettivamente incriminata dalla sentenza è, nello specifico, Palgei Maim, che – come Neve Shir – Eli rivendica quale quartiere di nuova formazione. E che invece gli abitanti di As-Sawiya hanno denunciato quale avamposto.
A differenza degli insediamenti – colonie costruite con l’approvazione del Governo e amministrate dai consigli regionali – gli avamposti non sono riconosciuti dal diritto israeliano, ma nascono come strutture temporanee, spesso legate ad attività agricole. Nel tempo, tendono però a consolidarsi: in teoria privi di accesso a finanziamenti pubblici diretti, spesso ricevono sostegno da enti statali o parastatali per l’accesso a beni o servizi.
Il diritto internazionale umanitario (DIU) non distingue tra insediamenti e avamposti: la Cisgiordania è un «territorio che Israele, come potenza occupante, deve custodire per la popolazione palestinese», ha dichiarato l’Ufficio ONU in Palestina (OHCHR), richiamando la Quarta Convenzione di Ginevra che vieta il trasferimento della propria popolazione civile nei territori occupati. In sostanza, entrambi sono illegali.
Nel 2024, i fondi destinati agli insediamenti sono saliti a oltre 737 milioni di shekel (circa 180 milioni di euro), più del doppio rispetto ai 275 milioni inizialmente previsti. A questi si aggiungono 409 milioni di shekel (circa 100 milioni di euro) per progetti specifici, come parchi e siti archeologici. Il governo ha inoltre previsto un investimento quinquennale di 7 miliardi di shekel (circa 1,7 miliardi di euro) per nuove strade interurbane, e 75 milioni di shekel (circa 18 milioni di euro) per finanziare anche avamposti illegali.
Ma intanto, con l’obiettivo di aumentare la presenza israeliana in Cisgiordania, la strategia è quella della legalizzazione retroattiva degli avamposti: riconosciuti come quartieri di un insediamento ufficiale già autorizzato, la presenza israeliana può così estendersi.
Con un’agilità che, nel 2024, ha fatto avanzare piani per la legalizzazione a posteriori di tre dei sette avamposti illegali adiacenti a Eli: Nof Harim, Hayovel, nonché lo stesso Palgei Maim.

Il catasto: un’inedita modalità di confisca
Più che l’inizio di un catasto, la nuova legge segna la ripresa di un processo interrotto più di cinquant’anni fa – nel 1968, a seguito della Guerra dei Sei Giorni – quando Israele conquistò i Territori Palestinesi Occupati. Fino ad allora erano stati amministrati dalla Giordania, la quale li aveva annessi dopo la guerra Guerra arabo-israeliana del 1948, conflitto scaturito dopo la dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele.
La sospensione del censimento fondiario rispettava il DIU, ma aveva anche forti implicazioni politiche: completarlo avrebbe rafforzato le rivendicazioni palestinesi, mentre mantenerlo incompleto lasciava ad Israele una maggiore flessibilità operativa e giuridica per avanzare pretese territoriali in un secondo momento. Il tutto, evitando ricadute diplomatiche sfavorevoli.
Come denuncia l’OHCHR, viene così autorizzato un processo «con cui Israele intende presumibilmente stabilire in via definitiva la titolarità delle terre a favore dei coloni israeliani», rappresentando un vero e proprio «esercizio di sovranità».
In forza al ruolo di Occupante ufficiale, infatti, Israele considera invalide le registrazioni effettuate dall’Autorità Palestinese, procedendo tramite diverse strategie di confisca.
C’è la requisizione a fini militari, prevista come temporanea e legata a esigenze di sicurezza. Poi, la confisca per necessità pubbliche, destinata alla costruzione di infrastrutture comuni. Ancora: la gestione delle cosiddette “terre degli assenti”, che permette allo Stato di occupare e affittare proprietà di palestinesi emigrati o rifugiati dopo la Nakba – dall’arabo “catastrofe”, ossia l’esodo forzato di circa 750.000 palestinesi durante la creazione dello Stato di Israele fra il 1947 e il 1949, tuttora in corso –, senza il loro consenso.
Le due pratiche oggi più diffuse sono però la dichiarazione di terra statale e la registrazione iniziale.
La prima si basa su una rigida interpretazione della legge ottomana del 1858, secondo cui lo Stato può reclamare come proprie le terre “non coltivate” per anni consecutivi, anche se usate tradizionalmente per pascolo o agricoltura a rotazione – ovvero, in assenza di prove di coltivazione continua dal 1967.
La seconda consente allo Stato di intestarsi terreni non registrati ufficialmente, spesso ignorando diritti consuetudinari o titoli parziali, tramite procedure unilaterali.
Con il nuovo catasto, la registrazione iniziale diventa sistematica e rafforza i meccanismi della dichiarazione di terra statale: non si limita più ai terreni incolti, ed impone standard probatori estremamente elevati – fin a risalire agli archivi ottomani. Inoltre, l’onere della prova è invertito: tutte le terre si presumono proprietà israeliana, salvo prova contraria presentata in modo ineccepibile.
Ad oggi, le terre non censite sono uniformemente distribuite su 2/3 dell’intera Cisgiordania. E l’area C, oggetto del nuovo catasto, copre il 66% dell’intero territorio.

La Settlement Division: il braccio operativo para-statale
È una «rivoluzione di normalizzazione e sovranità de facto che stiamo guidando in Giudea e Samaria», come ha recentemente affermato Bezalel Smotrich.
Il leader di Sionismo Religioso, oltre a essere Ministro delle Finanze, dal 2022 detiene una delega civile al Ministero della Difesa sull’Area C della Cisgiordania. Questo doppio ruolo gli permette di gestire direttamente piani edilizi, infrastrutture e amministrazione territoriale nei blocchi di insediamenti. Una sorta di “Ministro degli Insediamenti”, che si avvale largamente di un ente privato cui destina finanziamenti pubblici: la Settlement Division della World Zionist Organization (WZO), che secondo l’ONG israeliana B’Tselem agisce come vero braccio operativo dell’espansione coloniale.
Per quella che di fatto è una rete amministrativa che opera fuori dai controlli parlamentari, nel 2017 è stato firmato un accordo quadro per regolamentarne le attività, rinnovato nel luglio 2022 per altri cinque anni.
In mozione alla misura, l’avvocato Michael Sfard, rappresentante dell’ONG Peace Now, aveva contestato in tribunale che l’ente «detiene mezzo milione di dunam – praticamente tutte le terre idonee all’insediamento e all’agricoltura in Cisgiordania» e può così agire in una «zona grigia istituzionale». In quanto organizzazione formalmente privata, infatti, la Settlment Division non è soggetta a rigidi obblighi di rendicontazione o supervisione statale, dunque può gestire fondi e terreni con maggiore autonomia e agilità, senza procedure formali o bandi pubblici. Questo riduce la responsabilità dello Stato, facilita l’aggiramento delle norme, rende difficili i ricorsi legali e favorisce un’espansione incontrollata degli insediamenti.
L’espansione di Eli, nello specifico, rientra in un piano governativo che vi destina 1.000 nuove unità abitative, annunciato all’alba di un attacco armato delle milizie di Hamas avvenuto nel 2023 e che ha causato la morte di quattro israeliani. All’epoca, Benjamin Netanyahu aveva dichiarato: «La nostra risposta al terrorismo è colpirlo duramente e costruire il nostro Paese». E con il nuovo catasto, la Settlement Division può godere di un valido catalizzatore d’azione.

Dall’usufrutto statale alla piena proprietà privata
Imporre «restrizioni al diritto dei cittadini israeliani di acquistare diritti di proprietà in Giudea e Samaria solo perché cittadini israeliani, è inaccettabile», cita il testo della proposta di legge passata in prima lettura nel gennaio 2025. Pertanto, «si propone di legiferare affinché chiunque possa acquisire diritti di proprietà» anche in Cisgiordania, «come avviene in qualsiasi altro luogo».
Fino a pochi mesi fa, infatti, i coloni potevano solo usufruire di diritti d’uso su terreni assegnati dallo Stato tramite società registrate presso l’Amministrazione Civile, l’organismo di governo israeliano nei Territori Occupati Palestinesi: vigeva la legge giordana, che vietava l’affitto o la vendita di immobili a chi non fosse di origine araba. Come ha dichiarato l’Eretz Yisrael Caucus, gruppo parlamentare di ultradestra, «Mentre i palestinesi gridano falsamente all’apartheid, la vera apartheid giordana contro gli ebrei continua all’interno di Israele. Questa legge metterà fine a decenni di discriminazione».
Da gennaio, «Chiunque può acquistare diritti di proprietà nella regione della Giudea e della Samaria», secondo l’asciutta formulazione del secondo dei due articoli di cui è composta la proposta di legge. Il primo, semplicemente, abrogava le norme giordane.
Si apre un florido mercato immobiliare: terre espropriate e strutture abusive su terreni palestinesi potranno essere legalizzate dal nuovo catasto e poi vendute a titolo definitivo a privati cittadini israeliani. Ad Eli come nell’intera Cisgiordania.

Una settimana alla volta, avanti
Da dicembre 2024, il Consiglio Superiore di Pianificazione tiene riunioni non più semestrali ma settimanali destinate alla promozione di progetti abitativi in Cisgiordania. Procedendo a ritmo così serrato, e nell’inerzia di una routine solida e inarrestabile, dall’inizio dell’anno Israele ha promosso quasi 17.000 unità abitative.
La scorsa settimana, sono state approvate 514 nuove unità. Di queste, 20 destinate ad Eli.



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