“Sono perplesso, imbarazzato, e sì, anche arrabbiato”. Così Michele Giuli, professore e co-fondatore di Ultima Generazione, 29 anni, saluta la sua personale protesta contro il dl Sicurezza, attraverso uno sciopero della fame conclusosi lo stesso giorno in cui era inziato, l’11 Aprile. Il suo obiettivo era di coinvolgere quante più persone possibili nello sciopero per impedire al Presidente Mattarella di firmare il Decreto Sicurezza, ma l’iniziativa ha avuto vita breve, perché “sì, incredibilmente. Mattarella ha già firmato”.
Il tono del post in cui annuncia che non continuerà con lo sciopero è colmo di afflizione, tanto che il giorno seguente, a pochi minuti dalla nostra chiamata su meet, mi sono chiesta se questa afflizione non avrebbe avuto seguito durante il suo resoconto dell’accaduto. Ma invredibilmente non è così. C’è stanchezza, certamente (“perdonami se mischio qualche concetto, sono un po’ stanco”, mi ha detto), ma non rassegnazione. Dopo qualche minuto Michele, perfettamente a suo agio seduto sul pavimento, spalle al muro, era già intento a raccontarmi il suo mondo fatto di disobbedienza civile, attivismo e una spasmodica ricerca di un nuovo modo per fare protesta.
‘Michele, tu hai affermato di aver iniziato lo sciopero della fame perché credi nel valore della resistenza e dell’educazione. Che cosa significano per te questi due termini?‘
“Partiamo dal termine resistenza. Mi sto riferendo naturalmente ad una resistenza e disobbedienza civile. Per me si tratta di un’altra faccia della “pedagogia degli oppressi” di Paulo Freire, che infatti parla proprio di educazione e resistenza civile.
A tal proposito possiamo dire che l’umanità ha un problema un po’ tragico, cioè di agire quando è troppo tardi, soltanto in reazione e rimozione e di non considerare forme più radicali di protesta finché non è già accaduto il peggio. Nel caso del ponte sullo Stretto ad esempio, è un’opera ormai già in cantiere. Perciò io vedo questi due valori assieme, per me l’educazione deve essere un’educazione alla resistenza. Bisogna comprendere che non si può arrivare sempre a dire che “ormai è troppo tardi” e soprattutto che il disturbo è una forma di dialogo. Qua in tal senso, c’è un lavoro sull’intenzione.
Chiaramente, lo sciopero della fame di venerdì (11 aprile, ndr) è una forma di protesta quasi inattaccabile, un blocco stradale invece è una forma di protesta molto più attaccabile, ma il punto a mio avviso è l’intenzione con cui vengono avviate. L’intenzione cioè, deve essere quella di fornire una forma di pedagogia al pubblico. Una lettura che spesso non viene data di disturbo al pubblico è proprio quella di pedagogia democratica. La provocazione della protesta deve essere pensata per essere osservata da un pubblico di milioni di persone, che parlandone al bar diranno: “ma che cazzo ha fatto?”. Ora, quel milione di persone è inconsciamente passato attraverso una pedagogia democratica dal basso, che naturalmente può essere migliorata, però purtroppo rischiamo che questi tentativi di miglioramento portino ad intellettualizzare un po’ troppo quella che può essere una protesta efficace.”
‘Rispetto proprio al tuo lavoro di insegnante volevo chiederti: i tuoi studenti sapevano dello sciopero della fame, delle tue proteste? Gliene hai parlato?‘
“No, assolutamente no. Cerco di tenere le cose separate per quanto possibile. Anche se ovviamente già dal giorno dopo lo sapevano tutti.”
‘Credi però che ci sia un certo grado di ricezione da parte di un pubblico più giovane di queste forme di protesta? Perché naturalmente, in un periodo storico così polarizzato e colmo di tensioni, cosa spinge una persona a non farsi sentire tramite l’uso della forza ma attraverso la disobbedienza pacifica?’
Prima di tutto devi conoscere, imparare che esiste anche questa via. lo ormai è da 5 anni che organizzo resistenza civile a tempo -quasi- pieno. Per me è stata una fortuna apprenderla perché si tratta di un’arte antichissima. Abbiamo le prime testimonianze di scioperi già da parte degli operai che costruivano le piramidi. Il vero problema è stato codificarla. Solo nel ‘900 Gandhi l’ha codificata perché per la prima volta l’ha spiegata, non l’ha soltanto praticata e poi è arrivata anche l’accademia.
lo essendomi avvicinato ad un certo punto ad Extinction Rebellion e avendo co-fondato Ultima Generazione e A22 Network, ho avuto modo di avvicinarmi ad alcune persone come, principalmente, Roger Hallam (il principale fondatore di Extinction Rebellion). È stato lui a “fornirmi formazione“, cioè mi ha detto cosa leggere e studiare per capire la resistenza civile a livello tecnico.
Quindi c’è un grande problema: manca la conoscenza del fatto che esiste un’alternativa. E io credo che sia una cosa estremamente politica. Non ho certo le prove, è una mia speculazione, però credo che ci sia la tentazione di non volerlo spiegare. E lo dico perché quando mi ritrovo ad insegnare educazione civica e nei libri sembra che le suffragette siano solo “donne carine con dei cartelli”, quando invece avevano affinato diverse pratiche di resistenza, o Martin Luther King che sembra che l’unica cosa che abbia fatto sia stato dire “l have a dream” e la marcia su Washington, allora mi viene il dubbio che non è che non si vuole che si sappia? Anch’io ho vissuto gran parte della mia vita a credere che o avrei fatto politica oppure mi sarei dovuto calare in testa un cappuccio e andare a picchiare i poliziotti. Cose che invece alla fine non ho fatto, ma comunque per molto tempo non ho saputo che esistessero delle alternative. È per questo che un giorno mi piacerebbe arrivare a fare educazione su scala massiva di tutto ciò che ho imparato in questi anni e sto ancora imparando. lo credo fermamente che un sistema realmente democratico debba avere il dovere di insegnare, già in giovane età, a protestare. Per me l’arte del dissenso dovrebbe essere insegnata in parallelo all’arte del dialogo, che invece nel sistema scolastico pubblico è già più facile affrontare, come faccio io stesso in classe con il benestare anche dei dirigenti scolastici.”
‘Quindi i ragazzi ne hanno bisogno…‘
“I ragazzi ne hanno davvero un bisogno enorme. So di molte cause giuste portate avanti anche tra i ragazzi ma che si trascinano dietro a poche persone. Secondo me questo è un sintomo dell’epoca, in parte banalmente dovuto ai social che ci appiattiscono, ma non solo: nella mia scuola c’è un’unità d’intenti molto alta, ad esempio in un progetto che abbiamo portato avanti con i miei studenti recentemente, in cui dovevano sviluppare delle proposte in cui convergere attorno al cambiamento della scuola e del sistema scolastico in generale. Ecco, io ho visto che sono quasi tutti molto d’accordo sui problemi del sistema scolastico, ma il punto è che c’è poca varietà tattica, quindi partecipano soltanto i ragazzi più a sinistra o più a destra e moltissimi altri che vorrebbero partecipare non riescono a trovare una modalità, perché appunto c’è poca varietà e creatività nelle forme di protesta. Per questo si passa dal fare cortei ad andare a spaccare le cose, si riprendono sempre le stesse quattro, cinque forme di protesta e le si combinano centinaia di volte.”
‘Oltre all’educazione al dissenso, quanto è importante anche l’educazione in senso più “concettuale”, cioè apprendere e conoscere il passato per capire anche il futuro? E qualora questa educazione non venisse, come spesso accade, dal sistema scolastico pubblico, dovremmo farcela da soli?’
“Beh per essere un organizzatore di resistenza civile la conoscenza storica è fondamentale, ma soprattutto è importante la conoscenza dei dettagli. Ad esempio, che proteste ha fatto ‘Otpor!’ -che è il movimento che ha buttato giù Milosevic in Serbia- nei primi quattro mesi? Oppure, che cosa hanno fatto i suoi membri quando hanno sbagliato un’azione in maniera plateale perché uno di loro, senza controllo, ha sputato in faccia a un ministro? Di colpo tutti li odiavano. Come sono usciti da questa situazione? Hanno congelato tutto per un mese, sono andati a parlare uno ad uno con gli attivisti dicendo che gli dispiaceva, hanno espulso questa persona… il dettaglio dunque garantisce un apprendimento enorme. La conoscenza generale serve ma non basta, bisogna conoscere le pratiche e il vissuto degli altri.
L’altro motivo per cui serve la storia è che l’essere umano è un animale narrativo. Noi siamo all’interno di un’ideologia borghese, che è la classe sociale dominante, che ha più o meno questa concezione per cui tutti dobbiamo essere piccoli e fare la nostra parte; oppure possiamo essere “grandi”, ma sempre facendo parte degli ingranaggi del sistema, non c’è la gloria personale o individuale nel senso di espressione profonda di noi stessi, che poteva essere una cosa dell’etica o della nobiltà (con tutti i suoi problemi). Mentre invece l’uomo ha bisogno dell’etica, delle grandi storie, che sia da Cristo, a Che Guevara, fino alla persona che ti ispira nel tuo quartiere perché è riuscito/a a fare qualcosa all’interno di quello spazio… queste narrazioni sono quelle che creano i movimenti. Bisogna riuscire a sviluppare un posto in cui tutti riescano ad avere una storia, in cui tutti siano degli eroi. Questo crea in un certo senso grandezza e ha interamente a che fare con la storia, con il capire non solo, o non tanto, la storia dei re, ma quella delle persone “comuni”, che nelle loro possibilità hanno fatto dei cambiamenti. E infine, è importante questo valore della narrazione storica anche per costruire dei modelli per le persone, all’interno dei quali possano rispecchiarsi. Un modello per me è quello di Giovanna d’Arco, la cui storia mi appassiona e commuove profondamente. Sono comunque persone in carne ed ossa, come noi. È più facile immedesimarsi e pensarsi a portare avanti le stesse battaglie dal momento in cui si capisce questo.”
‘Invece, arrivando alla questione del dl sicurezza, che è ciò che mi ha spinta ad awiare questo dialogo con te, mi chiedevo: la questione principe che ha generato le proteste più sfrenate nei confronti del dl, è l’idea che sia stato scavalcato il potere del Parlamento. Ecco, quanto è grave a tuo avviso il problema del decretismo in Italia? E la tua protesta era legata in particolare al dl sicurezza, o più simbolicamente alla deriva della democrazia italiana in generale?’
Questa è assolutamente una protesta simbolica. La deriva autoritaria non sta avanzando solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale. Non c’è modo di fermare sul breve termine questa deriva. Non è che se, anche per ipotesi, il mio sciopero della fame fosse durato di più, si fossero uniti molti più elementi, ci fossero state più persone in piazza o Mattarella non avesse firmato il dl, si sarebbe fermata la deriva autoritaria. Quella è strutturale. Lo vediamo dai sondaggi che sempre più persone under 30 dicono che preferirebbero un uomo forte. Ed è questo che consente quel decretismo di cui tu parli, che naturalmente è grave perché sta aumentando vertiginosamente, anche se non è certo una novità di questo governo. È stata una tendenza a rialzo degli ultimi 15 anni circa.
Ma comunque è un fenomeno interessante perché sintomo di un problema forse più grande, che è quello dei partiti. Riflettendoci, anche se il sistema democratico fosse stato rispettato, far passare il testo del decreto in Parlamento non lo avrebbe reso più giusto. Poi va detto che si va sempre incontro ad una crescente lentezza decisionale rispetto ai problemi urgenti che abbiamo. La reazione a questa lentezza può essere quella del populismo, per cui se i partiti non funzionano e il Parlamento non funziona, si avverte il bisogno di un altro partito più forte, che se ne sbatte delle regole. Oppure si può reagire capendo che questo non è l’unico modello di democrazia possibile, che ci sono infinite forme e un pluralismo di possibilità di scelta attorno alle quali possiamo organizzarci. Passando dai modelli di assemblee cittadine permanenti (come in Belgio), o quelle referendarie. Secondo me ad esempio le firme online per il Referendum sono una cosa scomoda per chi ha dei risvolti autoritari, perché faciliteranno molto di più la velocità dei referendum abrogativi. Credo che se non bloccheranno questa possibilità, sarà molto difficile che le cose più divisive non vengano abrogate in questo modo. Di questi modelli io ancora non ne vedo uno definitivo, ma ce ne sono davvero tantissimi.”
‘Però un certo grado di insoddisfazione c’è.’
“Il grande dibattito mancante è che questa insoddisfazione verso la democrazia come è, c’è pienamente. Anziché dibattere attorno a questo tema, preferiamo invece polarizzarci. Ad esempio, se notiamo che l’opinione di qualcuno va verso derive autoritarie è facile additarlo/ a come fascista. Non è per forza così, è che, come a me non era stato spiegato per vario tempo che esisteva un’alternativa per protestare diversamente, a queste persone non è stata spiegata un’alternativa. Il risultato è che Trump fa incetta di voti tra le classi popolari che, se le intervisti veramente, cosa vorrebbero? Più lavoro, essere meno schiacciate socialmente. Cioè Trump è riuscito a raccogliere consensi anche tra gli ispanici di seconda e terza generazione, ma perché non vedono un’alternativa tra i democratici che sono schiacciati all’interno di forme antiche e burocratiche e non sanno dipingere la democrazia come qualcosa di potenzialmente diverso.
lo ho anche i miei rapporti con alcuni deputati italiani… non farò nomi ma per farti un esempio, insieme ad Alessandro Caramiello, deputato dei 5 Stelle, stiamo provando a far passare una risoluzione alla Commissione Agricoltura. Quando sono andato a presentarla ad altre persone di sinistra, mi hanno detto all’incirca: “c’è una ritualità, noi non possiamo dare un punteggio alle proposte degli altri… piuttosto che votare quelle degli altri, se ci piacciono ne facciamo delle altre noi”. Se tu glielo fai presente, se insisti e chiedi di appoggiare la tua proposta, si mettono a ridere come fossi un cretino e magari ti dicono anche “eh hai ragione tu, ma noi facciamo così!“. Capisci che se poi le persone vanno a votare Giorgia Meloni, che gli vuoi dire?
E poi, va detto anche che in Italia abbiamo una legge elettorale che va riformata.
Attualmente abbiamo un partito che dice di esser stato votato dalla maggioranza degli italiani, ma assolutamente non è vero. C’è un premio di maggioranza allucinante. Se ci fosse un sistema veramente democratico non dovrebbe permettersi di toccare delle cose così gravi come quelle del decreto sicurezza quando -e adesso non ho neanche i numeri alla mano- se si va a vedere la quantità di persone che l’hanno votato (Fratelli d’Italia, ndr), rispetto alle persone che si sono astenute dal voto, sul totale della popolazione, più quanto premio di maggioranza hanno avuto, non si può dire che sia veramente rappresentativo della popolazione. Però comunque la sinistra non dipinge un’alternativa apprezzabile di come dovrebbe essere la democrazia.”
‘A questo punto mi verrebbe da chiederti se per te un’alternativa apprezzabile possa essere un connubio tra forme di democrazia diretta e rappresentativa, oppure se rimane comunque preferibile un sistema pienamente rappresentativo ma più efficiente.’
“È troppo complesso, perché una cosa del genere non la si decide a tavolino ma attraverso delle sperimentazioni. lo posso dirti che esistono delle forme di connubio abbastanza funzionali. Ad esempio in Belgio ci sono delle Assemblee cittadine permanenti che funzionano in maniera consiliare rispetto ai partiti eletti. Però si possono fare anche dei modelli in cui queste hanno valore deliberativo, ovviamente su delle linee guide di massima.
Cosa vuol dire? Ipotizziamo che siano stati eletti dei rappresentanti, ma poi questi rappresentanti secondo un loro preciso ruolo politico hanno il dovere di rispondere a questa assemblea di persone estratte a sorte, rappresentative dei vari gruppi della popolazione, informate scientificamente e che decidono su temi importantissimi e sulla strategia. Poi, viene da sé che in un’Assemblea di 100 cittadini estratti a sorte non si può definire una policy esatta per una transizione energetica con un paniere energetico diversificato fino al dettaglio, ma può decidere di bandire definitivamente il metano nel breve termine, o di assumersi un rischio economico pur di rispettare gli accordi di Parigi. Questo i cittadini hanno, dal mio punto vista, più coraggio di deciderlo rispetto ai politici che sono assediati dai lobbisti e dipendono economicamente da loro.
A quel punto tu aggiungi una pressione, nel senso che il politico è legittimato ad agire perché la scelta l’hanno presa delle persone comuni e se non esegue, va fuori. Questa cosa sarebbe davvero possibile? Beh, non lo so. Comunque, come élite che ha una pressione da persone più ricche i politici comunque potrebbero attuare strategie come quella del cherry picking che abbiamo visto dopo l’Assemblée Citoyenne (che non era vincolante per legge, si intende) cioè sono state scelte per essere attuate le questioni meno incisive, tralasciando quelle più importanti e rilevanti. A questo punto si può aprire un dialogo però, la storia in fondo è fatta di dialettica. lo probabilmente credo più in delle forme di transizione in cui i partiti politici vengono aboliti in qualche modo, ma si tratta della mia opinione personale. Credo che perché si concretizzi realmente questa visione si dovrebbe aprire un dialogo aperto alla contraddizione per cui la forma che ho appena spiegato magari non venga ritenuta sufficiente e si cerchino altre forme ancora fino ad arrivare ad un compromesso.
Per questo non è possibile che io mi metta a sentenziare a priori qual è la forma perfetta di connubio tra una democrazia rappresentativa e una diretta. Perché appunto richiede sperimentazioni. E finché la sinistra non mette al centro questi temi, non si metta in discussione, questo tipo di discorso non verrà avviato. Però credo che una spinta verrà data proprio dal collasso degli ecosistemi. Perché credo che questa emergenza porterà a delle forme di cooperazione democratica dal basso e ad una crisi dell’influenza del potere centrale.”
‘Infatti volevo chiudere proprio con il tema della cooperazione. Ultima Generazione, di cui tu sei cofondatore, è diventata una voce importante all’interno del nostro Paese. Quanto è importante, nel senso quantativo del termine, il dialogo che avete con altre organizzazioni simili nello spazio europeo o extra europeo?’
“UG è nata proprio a partire da uno sforzo di radicalizzazione dell’opera di Extinction Rebellion, nata a Londra nel 2018, diventata celebre nel 2019 ed espansa poi in 95 Paesi, facendo un’opera incredibile di educazione alla protesta. Poi il Covid, più la mancanza di un coordinamento internazionale forse non proprio gestito al meglio, hanno portato un po’ di crisi e in quell’occasione alcune persone, tra cui io, abbiamo creato un organismo internazionale che si chiama A22 Network (perché ufficializzato nell’aprile 2022). Ma si sono creati anche altri 13, 14 movimenti in altrettanti Paesi occidentali che bene o male sono diventati almeno a livello climatico il movimento più importante o uno dei più importanti nel giro di poco tempo. lo penso ancora che sia poco, ma il dialogo costante tra questi gruppi è comunque fondamentale. Personalmente sarei interessato ad espandere il movimento anche in Africa e Asia, dal momento che saranno i continenti più intaccati dall’emergenza climatica.
Ti dirò di più, per me il confronto con altre organizzazioni in altri Paesi del mondo, anche al di fuori dell’Europa, è vitale anche perché le persone sanno protestare meglio nel sud del mondo, o anche in Est Europa. I Serbi ad esempio, a livello di competenza media sono mille volte sopra di noi. Hanno la protesta organizzata nel dna in un certo senso. Perciò per me il dialogo con loro sarebbe assolutamente da coltivare. Siamo già in connessione, ma è una connessione imperfetta, non siamo ancora pienamente coordinati a livello internazionale quando con Internet avremmo moltissime possibilità per velocizzare il processo di influenza creativa.
Ti faccio un esempio recente. Come avrai visto negli Stati Uniti stanno attuando delle proteste contro la Tesla in cui versano della vernice sui negozi Tesla o azioni simili… questa roba la stanno copiando già in tantissimi Paesi, non succede per caso, c’è una struttura dietro. Accade che il leader del movimento tedesco scrive delle linee guida su come si attuano queste proteste, apre una riunione e arrivano persone da diversi paesi del mondo per capire chi può essere interessato a replicarlo. Così molti movimenti di altrettanti Paesi hanno scelto di seguire quello tedesco, mentre noi in Italia non l’abbiamo fatto perché volevamo andare in un’altra direzione. Questo esempio di cui ti parlo ha un potenziale enorme che secondo me non stiamo ancora sfruttando appieno.
Il succo è che le connessioni ci sono sempre state ma devono crescere, anzitutto per replicare le idee funzionanti di altri paesi e poi per coinvolgere anche quelli che finora sono rimasti fuori, soprattutto dall’Africa e Asia.”
‘Perciò oltre al dialogo c’è interesse nell’apprendere anche le tecniche degli altri Paesi?’
“Sì, soprattutto in Paesi dove c’è una repressione più forte che in Europa. Laddove cadono dittatori con regolarità tramite proteste quasi sempre non violente. ln questi Paesi c’è anzitutto creatività. Basta guardare al Perù o Sri Lanka, luoghi in cui le persone vivono davvero in stato di difficoltà. Nella nostra mentalità noi protestiamo per il dl Sicurezza e se questo viene approvato finiamo la protesta. Ma che senso ha? È preoccupante? Certo che è preoccupante, ma non ci troviamo mica in un sistema dittatoriale, basta modificare le tattiche di protesta con un po’ di creatività e magari si prendono delle precauzioni in più, ma non ha senso fermarsi. Quindi sì, laddove una persona è messa davvero in difficoltà, se c’è una reale volontà di cambiamento le possibilità sono immense, dal danno di immagine o economico ecc.
Per esempio e qui chiudo, ad Urbino con Ultima Generazione abbiamo fatto una protesta in cui sono stati presi dei prodotti tossici della Ferrero, gli attivisti ci hanno riempito un carrello, lo hanno chiuso con i lucchetti, portato davanti alla cassa con uno striscione di Ultima Generazione e hanno fatto un discorso in cui annunciavano l’intenzione di boicottare i prodotti nel carrello perché fanno male alle persone. A questo punto le autorità cosa dovrebbero fare, denunciarli? E di cosa, di aver riempito un carrello? E allora vedi, al di là delle forme più eclatanti di protesta che abbiamo attuato in passato, che avevano anche l’obiettivo di farci crescere velocemente, ci stiamo spostando verso forme assolutamente legali e lo Stato sarà sempre troppo burocratico per impedirle, almeno finché non diventa uno Stato dittatoriale. Cosa potrebbe fare? Creare una legge che vieta di riempire i carrelli e abbandonarli? Dovrebbe ordinare alla polizia di entrare nei supermercati a controllare i carrelli? È questo che intendo con creatività nelle forme di protesta. E il bello è che sono anche completamente legali, o semi legali.
Nella resistenza civile, tornando ai termini iniziali, le possibilità sono infinite, e soltanto se ci confrontiamo tra molte più persone possiamo tirarle fuori tutte.”


Lascia un commento