Le vicende legate alla strage di Cutro hanno riportato l’attenzione pubblica italiana sui meccanismi che si celano dietro l’immigrazione nel Mediterraneo. In ogni vicenda, tanto più se politicamente e moralmente divisiva, l’uomo cerca i personaggi della storia. In questo caso il protagonista non diventa la vittima, bensì il colpevole.
È così che i giornali inseguono gli scafisti, raccogliendo le testimonianze dei sopravvissuti, e riaprono il dibattito su questi trafficanti di speranza via mare.
Mentre l’opposizione accusa Governo e Guardia Costiera degli eventi di Cutro, il 40% degli italiani identifica proprio nella figura degli scafisti i veri responsabili delle, più recenti e no, morti in mare.
La giornalista Elvira Terranova di Adnkronos ha ascoltato il racconto dei sopravvissuti di Cutro. Riferiscono di aver urlato terrorizzati sul barcone, dato il mare grosso, ma di essere stati fermati dal lanciare l’allarme poiché in tal caso gli scafisti sarebbero stati molto probabilmente arrestati. In seguito, dopo lo schianto, gli stessi carnefici sono ovviamente fuggiti.
Lo scorso 10 marzo il Consiglio dei ministri si è riunito nella cittadina calabra per imporre il pugno duro sui traffici migratori. Giorgia Meloni ha definito “strumentale” il dire che lo Stato non sia stato in grado di salvare delle vite umane; frattanto il Governo comincia a lavorare su un decreto-legge in tema di regolarizzazione dei flussi migratori e di contrasto alle reti criminali che favoriscono l’immigrazione illegale.
Come? Palazzo Chigi si sofferma su alcune questioni chiave: l’ampliamento dei CPR (centri di permanenza per i rimpatri) e il commissariamento dei centri governativi di accoglienza.
Il passaggio più importante, però, è l’introduzione di un nuovo reato: “morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina”, con pene dai 10 ai 30 anni, laddove coinvolti più decessi.
Tuttavia, restano alcune domande alla fonte: chi sono gli scafisti?

Conosciamo le condizioni di chi attraversa la striscia di mare fra l’Africa e l’Europa. Sappiamo che il viaggio fra un continente e l’altro è un giro di roulette in cui la pallina si fermerà sulla vita oppure sulla morte; e abbiamo visto abbastanza annegamenti, sufficienti corpi schiaffeggiati dalle onde sulle coste del sud Italia, così tanti orrori in prima pagina sui quotidiani da sapere che dove si pianta la disperazione umana, prima o poi fiorisce il lucro di qualcuno.
Intanto converrebbe interrogarsi sulla nazionalità degli scafisti.
È difficile dare nomi e volti agli scafisti. Sappiamo che sono l’ultimo anello di una catena criminale fortemente radicata soprattutto tra Turchia, Afghanistan e Pakistan. È estremamente difficile rintracciarli perché rimangono pochi indizi anche dei pagamenti effettuati per attraversare il mare: normalmente si paga per tramite della hawala, ovvero un sistema di rimesse medio orientali. In questo modo si sfugge ai controlli bancari.
I migranti normalmente rimangono nelle cosiddette safehouses per qualche giorno prima della partenza; si tratta di luoghi dove far stazionare i profughi. In Occidente prendono spesso connotazione positiva, sono intesi come centri di accoglienza. Invece, in questo caso, si tratta di veri e propri parcheggi per umani prima di affidarli al mare.
Inoltre, distinguiamo tre tipi di scafisti:
– Il capitano retribuito, che viene pagato dai trafficanti per guidare l’imbarcazione
– Il capitano dell’organizzazione, figura molto vicina ai trafficanti; colluso con loro, tenta in genere di non essere catturato, accompagnando il barcone solo vicino ad un certo punto
-Il capitano forzato, che per la maggior parte delle volte è un migrante costretto con la forza a guidare l’imbarcazione, sebbene in genere senza grande capacità di muoversi in mare
– Il capitano per necessità, cioè colui che guida l’imbarcazione quando si rivela necessario, per emergenza.
Il capitano per necessità e quello forzato sono incriminati il più delle volte nonostante, seppur parte di un sistema criminale, sono lontani dai malviventi internazionali che si arricchiscono davvero.
Fabio Tonacci di Repubblica, nel 2017, ha indagato sul mercato dei viaggi di immigrati illegali. Intervistando chi sui barconi ci è stato, ha scoperto che lo scafista made in Italy è una garanzia. I barconi non sono tutti uguali: il gommone italiano sarebbe nuovo, con l’interno in legno e un motore affidabile. Generalmente gli scafisti italiani, spesso siciliani, instaurano delle sorte di alleanze con altri trafficanti in Africa.
Uno degli epicentri di tali società a delinquere è Tunisi. A quanto pare, secondo le testimonianze raccolte da Repubblica, non c’è paragone tra i mezzi di fortuna che vengono dalla Libia e le barche italiane che partono dalla Tunisia. Inoltre, sarebbe interessante fare attenzione all’infiltrazione dei jihadisti sulle tratte Africa-Europa; non è da escludersi che affiliati alle organizzazioni terroristiche raggiungano l’Italia confondendosi fra i clandestini.
Sul fronte Libico, ciò che sappiamo è che gli scafisti provengono anche da altri Paesi africani, ad esempio l’Egitto, la Sierra Leone, il Senegal, la Turchia.
In anni più recenti, ha preso forma una nuova rotta, quella turco-ucraina. Le imbarcazioni sono finanziate in Turchia, ma a pilotarle sono molto spesso marinai provenienti dall’ex Unione Sovietica. La scelta del mezzo è ben pensata: utilizzano delle barche a vela per dare meno nell’occhio.

Sull’organizzazione interna dell’immigrazione clandestina si concentra il rapporto “Dal Mare al Carcere” del circolo antifascista palermitano Arci Porco Rosso, assieme ad Alarmphone e Border Europe. Emerge che negli ultimi 10 anni sono stati arrestati circa 2500 persone. Tuttavia, la mole di arrestati non ha impattato particolarmente i flussi migratori clandestini. Il rapporto, dunque, vuole sottolineare la strumentalità dello scafista stesso. È un anello della catena, incolpabile e sostituibile. Certamente lo scafista si sporca le mani, a livello giuridico e morale, ma l’attenzione che si concentra su di lui corrisponde all’osservazione di un dettaglio che distrae dal quadro intero. La punta dell’iceberg. Tutto il resto dell’organizzazione, la parte di iceberg nascosta sott’acqua, non ne viene danneggiata se non apparentemente temporaneamente.
Più si scende in profondità, più si ricerca una comprensione del fenomeno, più ci si avvicina ad una voragine. Tutto sembra in contraddizione con tutto e, fra molti punti su cui non c’è luce, si scopre il paradosso.
Le più recenti affermazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono state le seguenti: “Credo che oggi il tema sia come l’Unione Europea debba affrontare questa materia: potrebbe scegliere di isolare l’Italia, io penso che sarebbe meglio isolare gli scafisti”.
L’ovvietà di un pensiero come questo non lascerebbe immaginare la reale collusione fra l’Italia e i capi dei lager libici.
Ma procediamo con ordine: al fine di arrestare l’immigrazione, l’Italia ha stretto un patto, un memorandum, con la Guardia Costiera Libica. Quest’ultima avrebbe il compito di intercettare i gommoni diretti clandestinamente in Italia e di riportarli in Libia. Tripoli, però, è doppiogiochista. Scafisti e guardia costiera sono collusi, laddove non addirittura sovrapposti: gli scafisti spesso portano i migranti dove la guardia costiera possa rintracciarli.
Inoltre, la guardia costiera tortura: dopo aver recuperato chi voleva tentare la traversata, rinchiudono i migranti in campi di prigionia. L’unico modo per essere liberati, e poi ripartire, è pagare nuovamente.
Il punto fondamentale è che l’Italia spende del denaro pubblico per finanziare la guardia costiera libica, già dal 2007. L’allora ministro dell’Interno era Giuliano Amato, il quale ha avviato i finanziamenti; da quel momento i Governi italiani, compresi Monti, Letta, Renzi e Conte, hanno pagato motovedette e investito nell’addestramento delle guardie libiche.
Il tema migratorio è terreno fertile per il populismo di tutta la politica, con la destra al comando, attraverso la facile retorica del capro espiatorio.
Al contempo le informazioni sulle politiche migratorie, a livello nazionale e internazionale, sono intricate e stratificate. Orientarsi, comprendere, non cadere nella trappola delle semplificazioni, del dito puntato contro lo straniero, è tutto tranne che scontato.
Servirà un’altra strage di Cutro per tornare a parlare di immigrazione in termini umani e razionali?
FONTI:
https://www.ilpost.it/2023/03/06/scafisti-migranti/?amp=1
https://www.upday.com/it/perche-la-guerra-agli-scafisti-potrebbe-non-essere-la-soluzione
https://www.ilpost.it/2023/01/29/accordo-italia-libia-gas-migranti/
https://www.internazionale.it/essenziale/notizie/annalisa-camilli/2023/03/17/scafisti-italia

